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(articolo scritto per Balsam)

02.01.2006

Elezioni palestinesi

di Ennio Polito      

 

         Sotto due aspetti i risultati delle elezioni amministrative nei territori palestinesi occupati da Israele rappresentano un importante fatto nuovo. Il primo è  il rafforzamento della coesione tra le due ali del movimento nazionale: quella laica, incarnata da Al Fatah, e quella islamica, che si era spesso posta in modo conflittuale rispetto alla prima. In passato, questo atteggiamento è stato visto con favore dai dirigenti israeliani, per i quali la divisione tra palestinesi  rappresenta un grosso regalo. Ci si era spinti fino a finanziare le attività di

Hamas  e a dare loro ampia pubblicità sulla stampa, e gli stessi  “assassini mirati” erano stati visti in questa ottica. L’arresto di Marwan Barghuti, identificato come il dirigente più popolare nell’intero schieramento, e la sua condanna a cinque ergastoli, era parte di un palese, anche se non espresso ricatto.

              I dirigenti israeliani sono andati molto avanti su questa strada, che sembra lecito definire vergognosa. Sono lontani i tempi in cui Israele poteva presentarsi come “la sola democrazia del Medio Oriente” .L’appello rivolto al Congresso degli Stati uniti e da questo prontamente raccolto, alla più plateale delle interferenze – l’invito, cioè a escludere Hamas dal voto, pena il taglio   degli aiuti all’Autorità palestinese – è qualcosa che appartiene alla storia del più spregevole colonialismo. E la risposta è stata quella che doveva essere: sarebbe stato come chiedere al presidente degli Stati uniti di mettere alla porta l’altro grande partito. Non è servito. I laici hanno pagato un prezzo per il loro gesto ma il tradimento non è passato.

           Fra poche settimane anche Israele andrà alle urne. Dovremmo assistere anche qui a qualcosa di nuovo, ma non è detto. Il nuovo leader laburista, Amir Peretz., si muove con cautela, consapevole del fatto che in quella sempre più latitante “democrazia” più del voto conta il potere dell’.Establishment. “Il processo di Oslo non è morto”, dichiara . Per Gerusalemme la prospettiva non è ancora definibile ma l’impegno che vale è quello dell’unità. Sharon tace ma il suo nuovo partito, feudo privato di una versione della destra, “si sta riempiendo di vecchie facce del laburismo”. Netanyahu si offre di capeggiare un’operazione di recupero. Il collante dei veterani e del loro seguito sono i buoni per l’acquisto dei nuovi appartamenti  che sorgono sulla terra strappata ai palestinesi.

           Un quadro diverso si sta creando dal basso, con le marce  degli attivisti per i diritti umani quotidianamente violati , dei soldati che imparano la disubbidienza e per essa entrano ed escono dalle carceri, con i volontari della comunità internazionale. Al termine di   faticose ma esaltanti giornate di lotta,i partecipanti discutono, si scambiano esperienze, parlano del significato della terra, come pegno di amicizia tra gli uomini e fra i popoli, della povertà tra gli ortodossi, del rispetto che  è dovere reciproco. Un altro Israele nascerà dal confronto con i valori dei professionisti della politica e dei generali.