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(articolo scritto per Balsam)

16.11.2005

 

I quattro "no" di Bush

di Ennio Polito

In un saggio conciso ma ricco di riferimenti al conflitto israelo-palestinese e al ruolo che gli Stati uniti si sono attribuiti in vista di una soluzione che ha tardato fin troppo tempo,  Kathleen Christison, dell’Università di Berkeley, racconta  la parte che compete a George W.Bush.

E’ la storia che al Palazzo di vetro è nota come quella dei “quattro no” e cioè dell’iniziativa presa da un gruppo di paesi europei, alleati degli Stati uniti,  per l’istituzione di  osservatori delle Nazioni unite nei territori palestinesi occupati da Israele, a protezione della popolazione. Il gruppo preme per una decisione unitaria, gli Stati uniti tagliano corto: non solo pongono il veto, ma fanno sapere che si comporteranno nello stesso modo ogni volta che il testo in discussione menzionerà gli insediamenti, oppure userà il termine “assedio”per descrivere le azioni israeliane nei territori occupati, o farà riferimento alla quarta Convenzione di Ginevra, che regola la condotta di un paese occupante nei riguardi di un occupato, o, ancora, al principio “la pace in cambio dei territori”, che è alla base della risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza.
E’ il 27 marzo del 2001 e Bush siede alla Casa bianca da due mesi. La sua posizione è cambiata: prima, accusava Clinton di “miopia”, argomentando che un successo dei palestinesi all’Onu avrebbe alterato la parità delle posizioni di partenza in un negoziato, ora si sottrae al negoziato stesso,  spiegando che una grande potenza come gli Stati uniti non può perdere il suo tempo con “questioni marginali”. Ma, come è evidente, quel veto era anche e soprattutto un contributo al consolidamento dell’occupazione.
In quella direzione, l’équipe neo-conservatrice si era già mossa accogliendo le insistenze di Sharon per l’eliminazione del piano Mitchell e del piano Tenet,  messi a punto prima della presidenza Bush per arginare l’incremento degli insediamenti e per fronteggiare le richieste di una cessazione del fuoco.
Rassicurare il nuovo gruppo dirigente israeliano, o, al contrario, rendergli chiaro che il suo programma e i metodi con cui esso viene servito si scontrano con l’elementare senso di giustizia della maggioranza dell’umanità ? E’ questo che, alla lunga, è destinato a prevalere sui sotterfugi e sulle palesi prepotenze
dei governanti. L’11 settembre del 2001 ha segnato, al prezzo di molte vite innocenti, una discontinuità. Per la prima volta Bush pronuncia alle Nazioni unite il nome della Palestina e parla di un’occupazione che deve cedere il passo a “due Stati.”
Ma non è la fine dei sotterfugi, né quella di una fittizia equidistanza. La “visione” che il capo dell’esecutivo statunitense si attribuisce trascura un fattore cruciale: uno Stato superarmato, esteso sulla quasi totalità del territorio, interessato alla conquista assai più che alla pace, non è uguale a un avversario che ha perduto tutto e che non può contare su altre armi che le pietre.
Bush stesso viene descritto come “totalmente al di qua della complessità del problema “: non conosce la geografia, gli sfuggono l’ubicazione dei confini , la disposizione degli insediamenti, lo status di Gerusalemme, tutto si riduce, per lui, alle umiliazioni che i palestinesi subiscono ai posti di blocco e che si potrebbero evitare se solo gli israeliani fossero “un po’ più compassionevoli”. Sharon è “uomo di pace”e le accuse che vengono mosse a lui e ai suoi aiutanti sono “vecchie beghe”.
Al contrario, lo “stato maggiore”della destra americana è composto da uomini
capaci, con una lunga esperienza  nella ricerca dell’egemonia mondiale e un disprezzo totale per la “legittimità” internazionale. Il segretario alla difesa, Rumsfeld, parla dei territori occupati come della “cosiddetta area occupata”, il vicepresidente Cheney sostiene che “la colpa di quanto accade è dei palestinesi stessi”. Paul Wolfowitz, vicesegretario alla difesa, è un superfalco, e Richard Perle, che si è qualificato a suo tempo come un irriducibile difensore delle armi nucleari, ha presieduto un briefing in cui l’intera Palestina era inclusa in Israele e i suoi  abitanti avevano preso il posto dei giordani.
Su un’altra sponda della scena politica, la Christison segnala un intervento minimalista dell’ex-segretario di Stato, Colin Powell , alla conferenza annuale dell ‘AIPAC, nel quale si attribuisce all’aministrazione Bush una disponibilità ad “assistere, senza insistere” una ripresa del dialogo tra gli Stati uniti e i palestinesi.
L’articolo del quale riferiamo è apparso sul numero 2 (nverno 2004) del  Journal of Palestine studies, quando non si aveva ancora notizia dell’esito dei contatti fra Bush e Abu Mazen, ma sembra contenere informazioni tuttora attuali sulla discussione nel suo complesso. Un altro intervento sullo stesso tema è uscito sul Middle East International l’8 marzo del 2002.