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Dopo Arafat il vuoto?

 In queste ore l’apprensione per la sorte di Yasser Arafat è altissima. Nelle ultime settimane la salute, già precaria dell’anziano leader palestinese, è andata peggiorando. Nella serata del 27 ottobre la situazione si è ulteriormente aggravata.

La radio israeliana, ovviamente (e non per nobile preoccupazione) non ha perso tempo ad amplificare la notizia, dando per imminente la morte di Arafat. La notizia ribattuta da tutte le agenzie di stampa internazionale ha fatto il giro del mondo. A fianco alle notizie, per motivi logici, poco precise su ciò che nella notte fra il 27 e il 28 ottobre avveniva all’interno della Muqata (il quartier generale palestinese a Ramallah), il leitmotiv di tutte, o quasi, le analisi, è stato dare quasi per scontato che morto Arafat in Palestina si scatenerà una guerra civile dalle conseguenze imprevedibili.

Come in altre occasioni, però, le cose sono più complesse.

Il problema della “successione” ad Arafat si pone da tempo. In molti pensano che il fatto che egli non abbia, finché era in tempo, indicato il suo successore sia la dimostrazione del caos che verrà.

Non possiamo qui ripetere cose già altre volte dette, ma  sinteticamente si può dire che già la prima e la seconda Intifada hanno fatto emergere una leadership politica interna ed esterna all’Anp che, non poche volte anche in conflitto con lo stesso Arafat, si è affermata nella società palestinese. Il fatto che la figura carismatica di Yasser Arafat abbia molte volte evitato e a volte coperto dibattiti anche aspri, non significa che i palestinesi dopo la morte del leader storico si scanneranno tra loro. Certo non mancheranno lotte per il potere, che sono scoppiate senza bisogno che Arafat morisse. L’ultima è di poche settimane fa proprio nella striscia di Gaza.

In questo contesto è da sottolineare, e non è un dettaglio, che Israele ha assassinato decine di leaders palestinesi con grandi capacità politiche e grande carisma. Da  Abu Sharar, ucciso a Roma, ad Abu Jihad trucidato a Tunisi con un atto di pirateria internazionale, fino ad Issam Sartawi (assassinato dal gruppo di Abu Nidal, che in molti ritengono sia sempre stato al soldo di Israele), solo per citarne alcuni. La caratteristica che accomunava questi palestinesi assassinati da Israele era quella della disponibilità al dialogo con il nemico, non  meno di quella dimostrata da Yasser Arafat in questi decenni in cui ha diretto prima l’Olp e poi l’Anp.

Ora in Israele Sharon è sulle spine perché spera che Arafat muoia prima possibile. Ma cosa spera Sharon? La speranza di Sharon e di molti, troppi, in Israele è che dopo Arafat a guidare l’Anp arrivino leaders più “ragionevoli”, che in altre parole significa più disponibili di Arafat a decretare ed accettare la capitolazione. Questo, in Israele ed altrove (negli Usa ed anche in Europa), è l’errore più grossolano. Fin dal 1948 Israele e i suoi fedeli alleati cercano fra i palestinesi un Quisiling (oggi si potrebbe dire un Allawi palestinese) senza trovarlo. Non lo trovano proprio grazie all’opera che Arafat, fra mille contraddizioni, ha svolto fin dal 1968.

Oggi in molti sperano che la diarchia Abu Ala-Abu Mazen porti di fatto ad una cancellazione, non alla soluzione, del conflitto. Ed ancora si sbagliano, perché hanno la memoria corta.

Sia Abu Mazen, che Abu Ala non hanno fatto il gioco di Israele, pur essendo molto moderati e sicuramente “cresciuti” nella burocrazia dell’Olp prima e dell’Anp poi.

Quando nel gennaio scorso Sharon lanciò per la prima volta l’idea del ritiro unilaterale da Gaza, Abu Ala dichiarò che il piano no solo era inaccettabile ma che a quel punto l’unica soluzione era uno Stato binazionale, laico e democratico. Una provocazione, certo, ma poteva dire altro e non lo fece. Inoltre chi oggi gioca a scacchi, credendo di poter spostare i palestinesi come fossero pedine, dimentica un altro importante attore. Il popolo palestinese. Michel Warschawski dice spesso, a ragione, che oltre alle forze di resistenza organizzate ci sono tre figure di resistenti fra i palestinesi: gli scolari, i loro genitori e gli insegnanti che continuano ostinatamente a vivere su quella terra che gli si vorrebbe strappare. Questo è l’elemento decisivo che manda all’aria le costruzioni astrattamente perfette.

Il popolo palestinese, come i suoi leader, non è perfetto, ma in questi decenni ci sono state decine di occasioni in cui poteva scoppiare la guerra civile e ciò non è avvenuto grazie alla sua maturità.

In questo senso chi non si lascia ingannare dalle amplificazioni fatte ad arte, non dimentica che nel futuro assetto dell’Anp avrà un peso anche Marwan Barghouti. Anche se in una cella d’isolamento egli sicuramente avrà da dire la sua, e lo farà. Chi oggi spera di avere vita più facile, dopo la morte di Yasser Arafat, si ricrederà presto. Come disse una volta lo stesso Arafat: hanno tentato di assassinarmi 41 volte e forse la quarantaduesima ci riusciranno, ma poi troveranno ossi più duri di me. Con ciò non voleva, di certo, intendere che escluso lui non ci fossero interlocutori fra i palestinesi, forse un po’ meno duttili, sui diritti fondamentali come quello al ritorno dei milioni di espulsi.

Nel caso in cui, e lo speriamo vivamente, Arafat dovesse riprendersi da questa brutta crisi, Israele, dopo oltre due anni e mezzo di arresti nella Muqata, è pronto ad impedirgli di rientrare in Cisgiordania, visto che sembra imminente un suo trasferimento a Parigi.

Lo ripetiamo: chi pensa che la sola assenza di Yasser Arafat da Ramallah, dalla Palestina, renda i palestinesi più accomodanti, o che una guerra civile (che in tanti hanno cercato decine di volte di provocare) possa giustificare l’occupazione e l’annessione, se non finanche una nuova ondata di espulsioni di massa, sbaglia i propri conti.

Yasser Arafat, resta e resterà, colui che ha fatto del popolo palestinese un soggetto politico in grado di prendere nelle proprie mani il proprio destino. Con questo e non con altro che tutti dovremo continuare a fare i conti.

 

Cinzia Nachira