Lettera del 28 marzo 2001

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Stavo scrivendo questa lettera, potevano essere le 19:30, quando ho sentito il rumore sordo degli elicotteri su Gerusalemme. Dopo qualche minuto un amico palestinese che abita a Ram mi ha chiamato : " Stanno bombardando Ramallah, vedo i lampi e ci sono due elicotteri ... " Al Ram e' un villaggio a meta' strada tra Gerusalemme e Ramallah. Dalla collina effettivamente si vede chiaramente tutta l'area a nord e gia' le scorse volte si distinguevano i lampi e i colpi dei missili che esplodevano. Finito il vertice arabo la rappresaglia indiscriminata e' stata lanciata; 10 o 100 per vendicarne 1 ; anche Gaza , ci hanno poi detto, e' stata colpita. E subito dopo il nostro provider Internet palestinese ha smesso di funzionare ! Come altre volte gli israeliani hanno tagliato i collegamenti telefonici e la luce elettrica nell'area di Ramallah, anche i telefonini non funzionavano piu'.


Quando le vittime sono bambini , ma anche donne e uomini indifesi, non abbiamo nessun tentennamento ad esprimere il dolore per la loro morte, in qualunque modo muoiano. La morte di una bambina di 10 mesi o un bambino di 11 anni, di una donna che viaggia su un autobus o di un ragazzo che sta andando a scuola, non puo' essere accettata, non deve accadere. Siano essi ebrei, musulmani o cristiani. Non ci si puo' addolorare piu' per l'una che per l'altro, non c'e' una morte giusta e una ingiusta. In questi casi si tratta di innocenti. Ma non voglio essere ipocrita e nascondere il fatto che il mio dolore e' anche per la famiglia di chi si fa saltare in aria, perche' e' la disperazione che porta a quel gesto. L'ipocrisia e' in coloro che usano due pesi e due misure. Se giorno dopo giorno muoiono bambini, giovani e donne palestinesi i giornali dimenticano di parlarne, come molti ci hanno riferito nei giorni scorsi. Se scoppia una bomba in Israele va in prima pagina e diventa "terrore". Perche' ? Avrei piacere se un giornalista, non demagogo e propagandista, mi desse una risposta. Su la Repubblica leggiamo il racconto drammatico di come la madre, nell'insediamento dei coloni di Hebron, di cui l'articolista sembra quasi giustificare la vendetta, scopre che la figlia e' morta per un colpo di fucile. Si da' conto della minuziosa testimonianza di Peres sulle modalita' con cui e' stata presa la mira. Come fara' a saperlo ? Si riportano anche le parole accorate, che ci traducono il nome della bambina per darci un'immagine toccante, di una certa Deborah Fait , presentata come ebrea italiana. La conosciamo, perche' ci ha scritto, e si e' autodichiarata sionista e vive a Tel Aviv. Che c'entra con Hebron ? Ma non ricordiamo, su quel giornale, lo stesso "pathos" nel raccontare della morte del bambino di 9 anni che ad Al Bireh giocava nella sua casa. Cosa avevano in comune ? essere bambini innocenti, essere lontani dalla "mischia", venir uccisi da un "cecchino". Cosa avevano di diverso ? Lei israeliana, lui palestinese. E' questo che per la Repubblica fa la differenza ? La morte del bambino palestinese di 11 anni a Hebron, lo stesso giorno, viene liquidata in due righe in un altro articolo, cosi' come la punizione collettiva dell'evacuazione. Ma piu' o meno gli stessi toni abbiano trovato sul Corriere della sera e il Messaggero(quest'ultimo forse piu' equilibrato) da parte di corrispondenti che vivono qui (non siamo andati a leggere la Stampa per ovvie ragioni di... Fiamma) e che non avrebbero difficolta' a raccontare quotidianamente della situazione e delle condizioni di entrambi i lati. Invece tutti riportano le parole del sindaco israeliano di Gerusalemme ma nessuno dice che French Hill (la collina francese ) e' una zona occupata di Gerusalemme (la chiamano "zona contesa" ! ). Qualcuno mi dira' che anche noi riportiamo nei dettagli solo cio' che avviene nei territori palestinesi. E' vero, ma noi lo dichiariamo apertamente, cerchiamo di raccontare i fatti che non leggiamo e non ascoltiamo nei mass-media, tentiamo di fare controinformazione e non siamo giornalisti professionisti. Ma cerchiamo anche le voci israeliane, raccontiamo degli sforzi perche' la societa' civile in Palestina e i veri pacifisti israeliani abbiano piu' spazio,condanniamo le malefatte della ANP, dichiariamo di essere sconvolti se muore un bambino qualunque sia il suo credo religioso. E cerchiamo di raccontarli giorno per giorno. I fatti , senza strumentalizzazioni. (Lino Zambrano-cooperante)


Solo dopo aver scritto il pezzo precedente ho visto che il sito laRepubblica.it pubblica la foto della bambina di 10 mesi uccisa ad Hebron. Cio' e' dovuto - e l'articolo lo afferma chiaramente- ad una orchestrata campagna propagandistica di Israele, i cui vertici politico-militari, e la stessa famiglia, hanno contattato i giornalisti. E i giornalisti hanno subito "obbedito", anche se in bianco e nero e non a colori per "attutirne l'impatto " (testuali parole !). Cosi' come testuali sono le parole"dobbiamo usare questa foto.." dette da un esponente del ministero degli esteri israeliano. Ma gli stessi giornalisti, e gli israeliani, non hanno sempre detto che i palestinesi sono "tribali" e "barbari" e usano i bambini, prima facendoli ammazzare e poi mostrandone le foto ? Ma le decine e decine di foto dei bambini palestinesi uccisi perche' non sono state pubblicate ? Certo c'e' stato il caso di Mohammad al Dura, ma lui ha avuto la "fortuna" (?) che ci fossero le telecamere ! Che volete che vi dica, sento che quanto scritto prima su certi giornalisti e' ancora troppo poco. (Lino Z.)


La morte di Shavelet Ź un evento tragico, come la morte di qualsiasi bambino, uomo o donna palestinese. E' inutile dilungarsi a spiegare perché e sopratutto perché lo sia indipendentemente dalla parte per la quale si sta. Ma a proposito della pubblicazione della foto della bambina di 10 mesi di Hebron ci sono delle considerazioni che non riguardano le persone e dunque le tragedie individuali. Nulla che abbia a che fare con il morire da un parte o dall'altra. Ci sono considerazioni di strategia politica e di guerra informativa, che tutti sembrano poter tenere separate per spiegare quanto sta accadendo in Medio Oriente. Sembra naturale che le foto siano definite armi, e che le armi, quelle vere che ammazzano i palestinesi, possano essere definite metodi di contenimento, sicurezza e quant'altro. Eppure questa pretesa di scissione Ź tentatrice. E allora provo a farla anch'io, ben sapendo di rischiare un'aberrante schizofrenia intellettuale e morale. Eppure ci provo. Separo dramma e immagine e l'unica considerazione che mi viene da fare Ź che sono contento che gli israeliani abbiano deciso di pubblicare quella foto. Sď, sono contento che gli israeliani abbiano deciso di usare quell'immagine per lanciare una campagna di denuncia contro la violenza palestinese. Sono contento perché sarą uno strumento che gli si torcerą contro. Automaticamente si cancelleranno tutte le accuse di propaganda, senso del macabro e irresponsabilitą rivolte ai palestinesi dagli israeliani nei mesi passati. Sono contento perché la guerra dell'informazione che Israele ha deciso di condurre contro i Palestinesi colerą a picco. C'Ź Mohammed Al Dura esibito dall'incivile arabo, ma ci sarą anche la piccola israeliana di cui i genitori vogliono mostrare la foto al mondo con un atto quasi tribale misto di orrore, dolore e urlo di vendetta e il loro governo, i loro mezzi di informazione e gli strateghi della propaganda li assecondano pensando di guadagnarci in immagine. Sono contento perché in tutta questa guerra di informazioni oltre che di morti sarą un po' piĚ chiaro che non ci sono i cattivi da una parte, i palestinesi, e i buoni dall'altra, gli israeliani. Quella foto si ritorcerą contro chi ha deciso di pubblicarla e a smorzare i toni e i pensieri della gente di senno non basteranno di certo le ipocrisie del Photographically Correct che La Repubblica pretende di usare stampando la foto in Bianco e Nero. Forse alla gente di meno senno cominceranno a venire dei dubbi. Ma chi ha sparato veramente? Era un pallottola vagante? E se fossero stati gli israeliani a sparare proprio per poi usare la foto? Sarą naturale che tutti questi pensieri aberranti vengano alla mente cosď come pensieri simili sono venuti alla mente a proposito delle immagini di Mohammed Al Dura. Anzi gli israeliani non solo se li sono fatti venire in mente pensieri simili, hanno avuto anche il coraggio di esprimerli. Le persone di buona memoria ricorderanno che per qualche tempo gli israeliani sostennero che forse erano stati i palestinesi a sparare a Mohammed. Di sicuro chi si farą venire un simile pensiero per la piccola di Hebron sarą tacciato di antisemitismo e di immoralitą. Ma poco a poco i media israeliani scaveranno la fossa anche a simili fantasiose congetture. L'esasperazione delle informazioni distorte e tendenziose porterą lentamente tutti noi a non credere piĚ in questo baraccone dei media. Marco Grazia


Il numero delle strade chiuse dagli israeliani nei territori palestinesi si allunga di giorno in giorno. Alcuni giorni fa e' stata richiusa, per la prima volta dal 1996, la strada che collega i territori a Gerusalemme passando dal Monte degli Ulivi. Quella strada era rimasta l'unica che i palestinesi potevano utilizzare per accedere a Gerusalemme senza essere costretti a passare un controllo israeliano, ed era di vitale importanza, perche' permetteva anche ai palestinesi dei territori di arrivare all'ospedale Al Makassed, l'unico centro specializzato in alcune particolari terapie a cui possono accedere i palestinesi. Da due giorni gli israeliani hanno chiuso la strada con blocchi di cemento e da allora si susseguono i tafferugli con i Palestinesi che cercano di riaprirla. In effetti i Palestinesi sono riuscita a riaprirla in due occasioni per almeno un paio d'ore; la risposta israeliana non si e' fatta pero' attendere e la strada e' stata richiusa questa volta non solo con blocchi di cemento ma anche da cumuli di terra. Dina Taddia


A proposito dell'informazione abbiamo trovato un sito dove si fa monitoraggio su come la stampa americana presenta i fatti del medio oriente. Il sito e' http://world.std.com/~camera/ The Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America Vi invitiamo a guardarlo per vedere come i sostenitori di Israele fanno il loro mestiere. Vi diamo un sunto della presentazione. Il comitato si presenta come "non confessionale, educativo e volto a promuovere un'accurata e equilibrata cronaca su Israele e il medio oriente, lavorando per opporsi ai pregiudizi e alla disinformazione dei media. Poi pero' dice che i servizi diffamatori minacciano le relazioni USA-Israele e la sicurezza di Israele; inoltre dando una falsa immagine di Israele e dell'ebraismo, alimentano l'antisemitismo e cosi' via. Pertanto bisogna scoprire queste disinformazioni in ogni luogo e con ogni mezzo e inviare lettere non solo ai media ma anche agli sponsors e i pubblicitari ( loro si' che conoscono il potere dei soldi !! ). Infine - continua la presentazione del comitato - bisogna "educare" i giornalisti che "involontariamente" sono caduti nella trappola antisraeliana." Quel verbo "educare" mette i brividi !! Meditate giornalisti italiani, meditate. Noi siamo ancora troppo buoni !!