PALESTINA - BALSAM
Rapporti sulla situazione sanitaria

Marzo 2003

Rapporto sul progetto di

zootecnia: nutrizione e salute in Palestina

di Onorina Guerra,

( n 1/2004 de "Il bollettino di SIVtro-VSF Onlus")

 

MISSIONE SIVtro IN PALESTINA

Tra novembre e dicembre 2003 ho trascorso un mese insieme a Chiara Attanasio e Alessandro Cristalli nei Territori Palestinesi, per una missione che SIVtro ha svolto per conto della ONG Centro Internazionale Crocevia. Tale missione rientra nell’ambito del progetto "Sviluppo dell’allevamento bovino della razza frisona locale in Cisgiordania e Striscia di Gaza", che si pone come obiettivo l’aumento della produttività della razza locale (frisona israeliana) e la diminuzione dei costi di produzione, che consentirebbero un incremento del reddito degli allevatori palestinesi.

Scopo della missione era una valutazione della attuale situazione del progetto e l’individuazione di eventuali ulteriori possibilità di intervento.

Accompagnati nei primi giorni dal capoprogetto Stefano Baldini, abbiamo innanzitutto preso contatto con i partner locali del progetto, recandoci a Halhool (Hebron) per conoscere il direttore del Land Research Center, una ONG palestinese, e a Ramallah per incontrare il vice Ministro dell’Agricoltura. La maggior parte della nostra attività si è però svolta nel distretto di Tulkarm, che è stato scelto come area pilota del progetto. Qui è stato istituito un Centro di miglioramento zootecnico (Palestinian Center for Livestock Improvement — PCLI) che, oltre ad avere avviato un programma di selezione e miglioramento genetico nel territorio di Tulkarm e del vicino distretto di Qalqilya, garantisce l’assistenza sanitaria del bestiame e, quale struttura governativa, direttamente dipendente del Ministero dell’Agricoltura, funge da interlocutore nei rapporti con Israele.

Nell’ambito del progetto è stata anche avviata presso la facoltà di Agraria della An-Naja National University, altro partner del progetto, un’attività di ricerca e sperimentazione per la produzione di alimenti alternativi per la nutrizione del bestiame. Inoltre il progetto prevede attività di sostegno ad una cooperativa per la trasformazione del latte, per favorire la distribuzione sul mercato dei prodotti locali, attraverso la fornitura di attrezzature per la lavorazione e i controlli di qualità sul latte, la formazione del personale e la promozione di attività di formazione in loco degli allevatori che fanno capo alla cooperativa.

Da un punto di vista professionale è stata sicuramente un’esperienza importante e credo di dovermi considerare fortunata ad avere avuto la possibilità di fare la mia prima esperienza nel mondo della Cooperazione in Palestina, senza dubbio un ottimo banco di scuola per imparare quanto sia essenziale tenere conto delle difficoltà legate al territorio e al contesto politico e militare in cui si opera. Infatti lo svolgimento delle attività del progetto è stato notevolmente rallentato dal peggioramento della situazione politica e dall’intensificarsi del controllo militare israeliano nei Territori Palestinesi dopo lo scoppio della IIa Intifada, con conseguente aumento delle difficoltà di movimento di persone e merci sia all’interno dei Territori che tra questi e Israele, a causa di coprifuoco, irrigidimento dei posti di blocco o addirittura prolungati periodi di totale chiusura. Noi stessi, spostandoci per effettuare sopralluoghi nel distretto di Qalqilya e a Nablus, dove è attivo da alcuni mesi un distaccamento del PCLI, abbiamo potuto constatare quali siano le difficoltà con cui si confrontano quotidianamente i palestinesi, costretti ad aggirare muri e a cambiare tre mezzi per compiere un tragitto di 20 Km, per poi affrontare attese di ore ai posti di blocco. Una conseguenza dell’inasprimento del conflitto è stata anche la totale distruzione, da parte dell’esercito israeliano, della sede del PCLI presso Khadoori, a Tulkarm, e l’uccisione di alcuni degli animali ricoverati nella stalla che faceva parte della struttura (attualmente la sede del PCLI è stata riallestita in alcuni locali messi a disposizione dalla An-Naja National University). Vivere e lavorare in Palestina vuol dire dunque essere consapevoli che ogni giorno ci si deve confrontare con l’incertezza e la precarietà di una situazione che può drasticamente cambiare senza alcun preavviso.

Sicuramente un’altra cosa di cui ho avuto modo di rendermi conto è quanto, in determinate situazioni, più delle conoscenze tecniche siano importanti la capacità di adattarsi alle situazioni e ai mezzi a disposizione e, ancora di più, la collaborazione, la coordinazione e il rispetto reciproco tra persone che lavorano insieme per uno scopo comune.

Nonostante le continue difficoltà e i molti limiti legati alla scarsità di risorse finanziarie oltre che alla situazione politica, le attività proseguono e anche se c’è chi si è ormai rassegnato e chi cerca di andare via, c’è anche chi resta e continua a lottare e a lavorare per costruire un futuro diverso. Abbiamo conosciuto persone tristi, quasi spente, ma anche persone orgogliose e contente del proprio lavoro, che con grande dignità continuano a cercare di migliorarsi.

Sono rimasta colpita anche dall’ospitalità e dal calore con cui siamo stati accolti, che ha fatto sì che ci sentissimo a casa, anche in mezzo ad un popolo dalla cultura tanto diversa e tanto complessa. Impossibile dimenticare i sorrisi dei bambini con cui abbiamo giocato, i pranzi e le cene che ci sono stati offerti, i tè e i caffè sorseggiati durante gli incontri di lavoro e le innumerevoli dimostrazioni di simpatia e affetto di cui siamo stati oggetto. Sicuramente questo è accaduto anche grazie all’ottimo rapporto che Stefano ha instaurato fin dall’inizio con tutti coloro che sono coinvolti nel progetto e che ha rappresentato per noi un ideale biglietto da visita. Ma anche l’iniziale diffidenza di quanti incontravamo camminando per le strade della città si apriva in un sorriso al solo sentirsi salutare nella propria lingua e quando sapevano che eravamo italiani e lavoravamo nella Cooperazione non risparmiavano le manifestazioni di simpatia.

A distanza di un mese dal ritorno, mi capita a volte di sentirmi come sospesa, in bilico tra due realtà, non più là, ma nemmeno qua, perché anche se intorno a me tutto è uguale a prima della partenza qualcosa è cambiato dentro di me, c’è qualcosa di diverso, una nuova consapevolezza e un bagaglio enorme di ricordi, di volti, di voci e sguardi, di persone e di luoghi, e soprattutto di emozioni che le parole non riescono ad esprimere ma che sono sicura non dimenticherò.